SILVIA CELANI – “Ogni piccola cosa interrotta”

«Si è rotto, papà. Si è rotto ed è tutta colpa mia. Tu non c’eri e io mi sentivo così sola. Ti avevo promesso che me ne sarei presa cura, invece guarda cosa ho fatto. Si è rotto perché non l’ho protetto nel modo giusto…» Il papà la abbraccia. È caldo e sa di buono. «Oh, tesoro mio, sono sicuro che tu te ne sia presa cura. Anche se cerchiamo di proteggere ciò che amiamo con tutti noi stessi, non sempre siamo in grado di farlo, sai?».«Ma niente finisce. Anche una cosa rotta può tornare a vivere».«Però, dovrai prima promettermi una cosa»«Che cosa, papà?»«Che non scorderai mai le tue ferite, piccola mia. Perché ogni ferita guarita, ogni cosa spezzata, interrotta e poi aggiustata è più preziosa dell’oro».

Gli esseri umani, con le loro stravaganti dinamiche emotive e psicologiche, con i loro mille modi diversi di affrontare la sofferenza e di negarla allo stesso tempo, sono tutti un po’ strani, ma allo stesso tempo unici, interessanti nella loro peculiarità, tutti bisognosi di dare un senso a tutto e soprattutto alla propria imperfezione. Viviamo le nostre esistenze alla ricerca continua di perfezioni, riconoscimenti, identificazioni sociali, compriamo continuamente maschere, che ci aiutano ad inventare nuovi personaggi in cerca di avventure, nuovi e vecchi ruoli, che confondono la nostra vera essenza, la nostra più intima natura, ma che almeno ci fanno sentire di essere qualcosa, qualcuno. Ogni uomo si trova di fronte a tante prove, difficilissime, nel corso della sua vita, prove che apparentemente sembrano avere ottime soluzioni, buone vie d’uscita, ma solo da un’acuta osservazione esterna e sembra, proprio, che chi la cerca questa attesa soluzione, non la trovi così facilmente e poi c’è chi si trova in difficoltà, perché magari affoga dalla rabbia o dal dolore e non riesce a vedere oltre alle sue emozioni e non riesce ad individuare strategie di soluzione del problema; perché la sofferenza è più forte del pensiero; perché la rabbia inaridisce e limita la creatività dell’uomo; perché quando si sta male, ci sentiamo dentro una scatola rigida e stretta dalla quale non sappiamo uscire. La storia di Vittoria, la protagonista del romanzo “Ogni piccola cosa interrotta” di Silvia Celani, vuole trasmettere al lettore la capacità, presente in ognuno di noi, di essere più forti attraverso le nostre imperfezioni. Vittoria ci viene presentata come una bimbetta tenera, che cresce, cade, si rialza e sbaglia, ma con la grande forza di volontà nel cercare in tutti i modi di porre rimedio agli errori commessi, seppur il suo ciclo di vita si trova in una fase crescente, non arrendendosi mai dinanzi le difficoltà. Interessante la similitudine, che ci propone l’autrice Silvia Celani, riguardo ciò che si rompe, ovvero un oggetto che va in frantumi può essere aggiustato, da qui il ricorso all’uso della tecnica Kintsugi, una particolare pratica zen della cultura orientale «Kin come oro e tsugi come riparare. Attraverso il kintsugi, l’oggetto danneggiato accetta e riconosce le proprie fragilità e paradossalmente diventa più forte, più bello e anche più prezioso di prima “; una particolare visione del mondo definita wabi-sabi, fondata sull’accoglimento della transitorietà delle cose, poiché nulla dura, nulla è finito e soprattutto nulla è perfetto. Quante volte abbiamo pensato: “Ma perché questa cosa capita proprio a me?” In tantissime situazioni ci siamo sentiti le uniche vittime del mondo, gli unici a subire quelle enormi ingiustizie, poveri zimbelli presi di mira dalla vita, che spietata ha scagliato su di noi le sue più grandi pestilenze. Questo senso di solitudine nel dolore, nell’ingiustizia, nella sfiga, nella rabbia emerge in Vittoria emarginandola semplicemente di più, imprigionata nelle sue emozioni distruttive, che la corrodono, la confondono, la ingannano, facendole perdere la visione della realtà, l’oggettività della situazione e la possibilità di trovare una soluzione per stare meglio. Proprio lei che credeva di avere una vita perfetta, una grande casa e tanti amici, non le importava se con la madre non aveva un buon feeling o se suo padre era morto quando lei era piccola, se era priva di ricordi d’infanzia, lei indossava tutti i giorni la sua maschera, Vittoria la brava figlia, la brava amica, la brava studentessa universitaria, non diceva mai di no a nessuno. Ma ad un certo punto in lei si verifica un bruttissimo senso di apnea in grado di infastidirla davvero tanto, tutto ciò che la circonda diventa, per lei, come estraneo, sconosciuto. Si autoconvince che è solo una fase e che niente potrebbe andare storto nel suo mondo così impeccabile. Finché un giorno ritrova, rovistando nell’ultimo cassetto del comò, i cocci di un carillon, dentro un sacchettino di velluto nero, chiuso in cima da un fiocco di raso rosso, in lei scattano mille interrogativi: “Cosa potevano essere tutti quei cocci in ceramica? Da dove provenivano? Cos’era quella strana sensazione, tra l’essere spezzata e allo stesso tempo interrotta?” Vittoria apparteneva ad una famiglia romana il cui prestigio non era mai stato messo in discussione, sapeva che tra i suoi antenati c’erano nobili e alti prelati, ma anche speculatori immobiliari e qualche artista di dubbia fama, questo però non l’aveva mai incuriosita al punto da spingerla a fare ricerche e così pian piano avvertì il bisogno di sollevare il velo che rendeva nebulosa la sua infanzia e scoprire quale ruolo avesse avuto nella sua vita, suo padre, in quegli anni lontani. L’autrice Silvia Celani, nel suo romanzo “Ogni piccola cosa interrotta”, mette in risalto, attraverso la protagonista che perde il padre da piccola, il rapporto quasi magico tra un papà e una figlia, una relazione densa di emotività, un mix di complicità, ammirazione reciproca, scoperta, incoraggiamento e affettività espressa. Per una bambina, il papà rappresenta la figura maschile nel mondo, pertanto il ruolo paterno diventa protagonista e portatore di una responsabilità non da poco, quindi un papà dovrebbe esserci, dovrebbe essere una presenza attiva che condivide l’educazione con la mamma, ma c’è un periodo in cui un padre può trasmettere alla figlia immagini, impronte emotive e insegnamenti cruciali per il suo futuro e per le sue relazioni, un periodo in cui gli abbracci e baci di un papà sono mattoncini ben solidi per l’autostima di una bambina e per quella donna che diventerà. Purtroppo nel caso di Vittoria il legame tra lei e il padre si spezza improvvisamente, lasciando dentro la protagonista un vuoto incolmabile, aprendo sotto i suoi piedi una voragine talmente grande da inghiottirla, “la voragine dell’abbandono, delle cose che mancano fino a toglierci il fiato”. A queste condizioni Vittoria si pone con pazienza, forza e perseveranza per combattere e riallacciare il filo della memoria che la tiene unita a suo padre, proprio prendendo spunto dalle scelte di vita del padre, trovando la forza di scegliere ciò che lo rendeva felice. Ma Vittoria è costretta a vivere il suo momento difficile, da sola, perché se da una parte subisce la mancanza del padre, per via della morte, dall’altra viene privata della presenza della madre, perché sebbene sia presente fisicamente, non lo è emotivamente, una donna che non ha mai dimostrato un briciolo d’amore, nè di comprensione, chiusa nelle sue rigide convenzioni sociali, dietro le quali si era trincerata per anni. L’autrice si serve dei due personaggi, Vittoria e Marianna, figlia e madre, per evidenziare l’incomunicabilità che è presente tra le due donne, soffermandosi sui rapporti che essendo privi di dialogo sono destinati a morire, poiché i difficili nodi da sciogliere restano irrisolti e la mancanza di amore ed empatia simboleggiano il momento del distacco dal rapporto simbiotico con una madre. Vittoria si sente invisibile e alla ricerca di risposte, capisce che da sola non può farcela, così si reca da una psicoterapeuta la Dottoressa Rosario e qui l’autrice rimarca il grande potere dell’ascolto, dell’ essere tenuti in considerazione, capiti, senza essere giudicati e senza l’uso della prevaricazione. Inserisce il percorso intrapreso da Vittoria, intervallandolo con la narrazione e si serve di un corsivo, proprio per farlo saltare subito all’occhio, in grado di stimolare domande a chi legge e allo stesso tempo ricercare le risposte. Tornare ad essere in contatto con se stessi, al di là delle molte maschere quotidiane indossate, sentendo il bisogno di capire noi stessi e perché ci smarriamo, cadendo nel profondo abisso della solitudine e delle paure, che ci inaridiscono, riscoprendo l’amore sentendoci amati, questo è il focus del romanzo, accantonare l’emulazione di un ideale di perfezione, che la società impone, per mettere in risalto l’autenticità, una maggiore consapevolezza di noi stessi ed accettare le nostre imperfezioni. Ma sentirsi far parte di qualcosa, sentirsi qualcosa, sentirsi qualcuno, qualcuno di insostituibile, di speciale, dunque sentirsi amati è ciò che ognuno di noi vorrebbe provare e far proprio. La medesima sensazione viene provata da Vittoria e Ion, due ragazzi apparentemente diversi, ma talmente simili, entrambi privati dell’amore per crescere e diventare adulti, entrambi con la voglia di non arrendersi, di non lasciarsi schiacciare dalla situazione di svantaggio da cui partono, pur essendo le loro esperienze di vita molto diverse. “La vita può cambiare, Vittoria. Al di là delle nostre buone intenzioni, la vita che ci tocca vivere può tirare fuori il meglio di noi, o il peggio “. L’autrice con una semplicità e profondità di linguaggio affascinanti è riuscita a far trionfare il diritto alla vita e all’amore, sottolineando come la storia della protagonista Vittoria sia stata caratterizzata da una colpa: quella di non aver avuto l’amore necessario per crescere serenamente. Sicuramente crescere in un’atmosfera affettuosa e comprensiva fa sì che chiunque si sente al sicuro, pur commettendo errori, sa di potersi fidare dei suoi genitori e in questo modo diventa più sicuro di sé. L’amore chiama amore ed insegna il rispetto per l’altro. Amore, comunicazione, solidità nei legami, questi sono gli ingredienti per la ricetta più difficile di tutte ovvero la creazione della serenità in famiglia. Sospesa tra i fantasmi del passato e la ricerca affannosa di verità, figure enigmatiche e apparenti tradimenti, la protagonista, come il lettore, compirà un viaggio dai molteplici significati: trovare un equilibrio nuovo, che passa per una rinnovata valorizzazione delle proprie capacità; si tratta di rialzarsi dopo una caduta, di riprendere a vivere dopo una perdita, di continuare a dare il meglio di sé anche con un doloroso peso sulle spalle. Silvia Celani, con il suo romanzo d’esordio è riuscita, a mio avviso, a sorprendere e suscitare parecchio interesse, in chi legge, dimostrando come l’amore può darci la forza per scalare ogni meta, come la forza dell’amore trasforma la sofferenza. “Ogni piccola cosa interrotta “è un romanzo che vuole dare speranza e fiducia a tutte le persone che soffrono e che combattono con caparbietà nel ricucire gli strappi che la vita, durante il suo corso, ci causa, è nei momenti più difficili che si può riscoprire la bellezza del giorno e il rapporto vero e limpido con le persone e il mondo in cui si vive e si cresce. La Celani ci trasmette la sua concezione di amore, intesa non solo come sentimento che scaturisce fra due persone che si innamorano perdutamente l’una dell’altra, ma anche come un attaccamento a tutto ciò che ci tiene in vita: la passione, gli ideali, l’essere se stessi con le proprie imperfezioni. Ciò che colpisce di questo romanzo, così intenso, appassionante e per certi versi intrigante, è la fame di vita che spinge i protagonisti ad osare e a credere nella consapevolezza di se stessi, lottando per una giusta causa, pensando di arrecare del bene al prossimo, evitando di seguire le regole della logica comune per non omologarsi ad una società piatta e sterile di amore, di affetti, di fiducia, quasi a voler compiere una piccola rivoluzione. Un romanzo straordinario che ci permette di spaziare con la fantasia e di abitare una realtà popolata da giovani sognatori nel pieno della loro gioventù, un romanzo che va dritto al cuore delle cose, che non ha paura di raccontare un sentimento universale come l’amore, perché se ci pensiamo bene, la nostra vita non avrebbe alcun senso se non rappresentasse un’occasione per amare e per lasciarci amare. Quella di Silvia Celani è quasi un’esortazione, in un prossimo futuro, affinché non esistessero più amori impossibili,
o meglio che nessun amore finisse con l’essere tanto stigmatizzato dalla società, da risultare impossibile. A tal proposito mi sovviene una citazione della grande Alda Merini “se la gente ricordasse più spesso che, su questa terra, siamo solo di passaggio e che, questa vita non è eterna, forse, riuscirebbe ad essere più umile e meno cattiva “. “Ogni piccola cosa interrotta” di Silvia Celani, pubblicato dalla casa editrice Garzanti, la quale ringrazio per la bellissima collaborazione, è un romanzo che consiglio, poiché conduce il lettore all’interno di una dimensione fortemente introspettiva e impone un’attenta riflessione su quella che è la condizione di noi esseri umani vittime, a volte, di un destino, forse, un po’ troppo efferato e feroce, per poter essere affrontato. Buona lettura miei cari lettori 😘

Sonia Dado

SILVIA CELANI

Silvia Celani è nata a Roma, ma da sempre vive in provincia, in una casa immersa nel verde, dove ama invitare gli amici per pranzi e cene che, di solito, si prolungano all’infinito. Adora i libri, il mare e le facce impiastricciate di Nutella dei suoi bambini a colazione. È sicura che Walt Disney avesse ragione: «Se puoi sognarlo, puoi farlo».

Ogni piccola cosa interrotta di Silvia Celani

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